Gli Italiani – un patto per l’informazione

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Titolo: Gli Italiani
Autore: AAVV
Editore: Gli Italiani (446 download)
Formato: PDF
Pagine: 16

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“Gli Italiani”, appunti di un progetto politico-editoriale
Da molte settimane è ormai operativo – e con successo di connessioni quotidiane – il sito www.gliitaliani.it che ha sotto la testata una specie di sottotitolo: “L’inizio di un percorso, l’abbozzo di un progetto”.
L’inizio di un percorso riguarda la possibilità di avviare una nuova iniziativa editoriale. Risorsa fondamentale di questa iniziativa è il “giornalismo partecipativo”: la rete di realtà che già fanno informazione alternativa e costituiscono tanti radar in grado di captare i mutamenti e le domande della società italiana.
La scelta della testata Gli Italiani non è affatto casuale ma non è certo un richiamo dal sapore patriottico. È piuttosto il rimando a una delle cause delle numerose sconfitte accumulate dal centrosinistra negli ultimi anni. È nostra convinzione infatti che non sappiamo più cos’è diventata socialmente, economicamente e culturalmente l’Italia. E, di conseguenza, che cosa siano diventati gli italiani e quali siano le loro aspirazioni (ci sono inoltre quasi 5 milioni di cittadini extracomunitari che vivono nel nostro Paese). Uno dei temi cardine della nostra impresa editoriale è la verifica della coesione nazionale che deve procedere di pari passo con questa ricorrenza. Senza radici nella materialità di un contesto e senza conoscere la realtà sociale, economica e culturale del Paese ogni ipotesi politica va allo sbando. Per questo, vorremmo che racconti e inchieste sull’Italia e gli italiani fossero il polmone che ossigena l’intero giornale.
L’Italia e gli italiani. Fino alla fine degli anni Settanta c’era un positivo “caso italiano” da guardare con ammirazione: il Paese più politicizzato e sindacalizzato di Europa, che si concedeva il lusso del più forte e radicato partito comunista di Occidente, dove anche il ‘68 aveva avuto una durata e una qualità senza riscontri neanche nella Francia del “maggio”, tradizioni culturali plurali – fin dai tempi di Gramsci e Gobetti – a cui guardava il resto della sinistra europea.
L’intuizione politica di Bettino Craxi – su cui ha costruito le sue effimere fortune – è stata quella di scoprire negli anni Ottanta che quel “caso” finiva per essere al tempo stesso un valore e un limite della situazione italiana: il Pci non poteva governare al centro del sistema politico, pur facendolo in periferia (Comuni e Regioni). Ecco spiegata la “centralità” socialista come rendita di posizione in un sistema istituzionale bloccato che non sapeva rispondere alle nuove richieste di modernizzazione e innovazione che venivano dalla realtà sociale del Paese.
Nel 1992 – sotto i colpi di Tangentopoli – cadeva la rendita di posizione politica che aveva la specifica forma di governo e di potere nel craxismo (quel Caf che teneva uniti Craxi-Andreotti-Forlani). L’Italia veniva inoltre colpita – proprio nel corso di Tangentopoli – nelle sue debolezze strutturali dai processi di violenta globalizzazione, fino al punto che oggi tutta la nostra industria pubblica è in ginocchio insieme al settore dei servizi (Alitalia, ferrovie, trasporti, scuola, università, sanità, settore agroalimentare, eccetera). Alla “balena bianca” democristiana si è sostituito un populismo che ha di colpo cancellato la storia e il radicamento dei partiti di massa.
Ancora una volta l’Italia ha sprecato la sua occasione rivoluzionaria per diventare finalmente Stato unitario, democratico e laico. Abbiamo perso negli ultimi due decenni tutti gli appuntamenti con le riforme morali e della politica. Il populismo berlusconiano contemporaneo, con tutte le sue diversità storiche rispetto al passato, è in nuce un “regime reazionario di massa” che potrebbe durare anche questa volta almeno un ventennio. Tutto ciò avviene mentre la sinistra non sa più cosa sono diventati l’Italia e gli italiani. Ed è da questo ultimo punto che vorremmo che la nostra iniziativa partisse.
Un giornale. Per ripartire, bisogna avere almeno il senso tragico di cosa è accaduto e accade sotto i nostri occhi. Lo sforzo lessicale di raccontare in modo comprensibile questo nostro Paese sulle pagine di un giornale è già un obiettivo politico. O forse “civile”, come avrebbe potuto scrivere Pier Paolo Pasolini. Un punto va subito chiarito. Noi vogliamo dare sale e pepe a questo ampio spettro d’indagine. Con il linguaggio specifico di un giornale aperto e non fazioso, cercheremo di proporre allo stesso tempo una tendenziosità di ricerca e di giudizio. Uno spazio editoriale, come uno spazio politico, si conquista infatti per le cose che si dicono e per l’ottica con cui si dicono. Un giornale non è un luogo neutro.
L’equilibrio tra sguardo lungo e sguardo corto è d’obbligo. Meno certezze sull’attualità politica, più capacità d’analisi di medio periodo sono la condizione per rispettare gli approcci plurali che potrebbero convergere nella nostra ipotesi di lavoro comune. Un giornale fa presto a morire o a inaridirsi, se gli impulsi burocratici e settari prevalgono sulla capacità di ascolto. Non vogliamo, in sintesi, sottrarci alle responsabilità dell’immediatezza politica e culturale. Vorremmo però che anche quanto accade nell’attualità fosse collocato in una dimensione più ampia: quella della prospettiva e della riformulazione delle nuove identità della sinistra: dal movimento sulla legalità, i diritti, i beni comuni a quello ecologista.
Il tentativo cui tende il mensile che mettiamo in cantiere è pure quello del rinnovamento e della promozione di nuove generazioni di quadri e dirigenti della sinistra, oltre che di giovani giornalisti. Ci sono ventenni, trentenni e quarantenni che finora non sono stati messi nella condizione di “crescere” nei tanti luoghi di aggregazione della sinistra diffusa. Il nostro giornale potrebbe diventare territorio di rinnovamento della politica e delle idee della sinistra, dei suoi dirigenti e intellettuali.
C’è un’area di sinistra che chiede di essere rappresentata – pur mantenendo le sue specificità – e che non si riconosce nelle attuali forme organizzate della politica. La sfida consiste nel riannodare i fili della vasta sinistra “senza appartenenza” o con “appartenenza debole”, che è uno dei risvolti delle crisi della forma-partito e della politica.

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